L’annunciazione di Recanati

La rappresentazione ci introduce proprio in una stanza che si presume essere la camera da letto della Vergine.    Novità imponente ed immediata è l’impostazione e collocazione dei personaggi , attori protagonisti della scena; diversamente dall’iconografia quasi ufficiale imperante da circa due secoli (vengono alla memoria le “Annunciazioni”, ad esempio, di Simone Martini, Beato Angelico e, non da ultime, sia quella famosissima di Leonardo da Vinci  che il dipinto riconducibile a Tiziano stesso),  in quest’opera l’Angelo “irrompe” letteralmente dalla parte destra della scena e viene ritratto dal Lotto con una reale capacità di rappresentazione “dinamica”, per la quale il soggetto sembra sia appena “atterrato” nella stanza (notare i capelli “svolazzanti”). Peraltro, lo stesso, oltre a portare nella mano sinistra un giglio, chiaro simbolo di purezza della Vergine, indica con tutto il braccio destro alzato, con un gesto invero un po’ innaturale, il Padre Eterno, caratterizzando ulteriormente l’originalità della scena.   

     La rappresentazione della Madonna è un altro originalissimo “coupe de theatre”; la stessa, colta dall’evento in maniera inaspettata e proprio in posizione inginocchiata e meditativa, viene ritratta in primo piano a sinistra e, sorprendentemente, guarda verso l’osservatore con uno sguardo tra il sommesso ed il sorpreso, coinvolgendo in maniera travolgente lo spettatore stesso. Dal punto di vista stilistico, come è possibile ben verificare, il Lotto in quest’opera e come d’altra parte in quasi tutta la propria produzione artistica, non sta ricercando la “perfezione” formale nella figura umana, obiettivo perseguito, tra l’altro, anche dai pittori del primo Rinascimento. In effetti entrambi i soggetti appaiono decisamente non perfettamente proporzionati, sia nel posizionamento delle membra che dei volti stessi; qui tutto sembra perseguire un’altra logica, cercando piuttosto di prediligere l’impatto “emotivo” nel suo complesso, in una sorta di impostazione dinamica che lo avvicina sorprendentemente alla pittura manierista.  Parimenti l’uso sapiente del colore e la “costruzione” delle figure utilizzando il colore stesso evidenziano gli influssi iniziali della scuola veneta, humus culturale originario della formazione del Lotto. Al proposito sono di indubbio effetto scenico le “macchie di colore” rappresentate dai panneggi di tutti i personaggi protagonisti, finanche al Padre Eterno, rappresentato in maniera decisamente “tradizionale” ed all’interno del periodo controriformistico, in gran fermento all’indomani della Riforma luterana e del Sacco di Roma del 1527.    Altro aspetto degno di nota della scena, a prescindere dalle “imperfezioni” sopra citate nella definizione dei personaggi protagonisti, è la capacità del Lotto di  restituire una descrizione calligrafica e curatissima degli arredi all’interno della stanza; notare, per l’appunto, la perfezione raggiunta nella rappresentazione dello scaffale, del candelabro e degli altri oggetti.  E questa impostazione ci riporta alla scuola fiamminga ed alla capacità degli artisti di tale scuola (Van Eyck, ma anche lo stesso Albrecht Durer, quasi sicuramente conosciuto dal Lotto a Venezia) nel rappresentare con incommensurabile capacità analitica, i dettagli anche del più umile oggetto inserito nel dipinto, con particolare riguardo agli interni di ambiente (cfr. il candelabro sullo scaffale e la vetrata stessa in alto nella parete di fondo). Anche questi sono chiari elementi che riportano a quadri ben più famosi come, ad esempio, i “Coniugi Arnolfini” di Jan Van Eyck, attualmente alla National Gallery di Londra.    Ulteriori elementi interessanti all’interno della scena sono il gatto, da sempre simbolo del maligno, che fugge all’arrivo dell’Angelo, e la rappresentazione dell’ambiente esterno attraverso il loggiato alle spalle dell’Angelo.  Quest’ultimo aspetto della scena riconduce, tra l’altro, alle caratteristiche della scuola pittorica veneta finanche alla pittura leonardesca ed a gran parte del Rinascimento per una attenzione particolare alla descrizione di ampio respiro dei paesaggi esterni.  La stessa struttura del loggiato è anche un chiaro richiamo alla architettura classica, anch’essa fondamentale caratteristica delle innovazioni apportate dall’avvento del Rinascimento, anche se, ad onor del vero, sia presente una ridotta attenzione per una più rigorosa impostazione prospettica della scena.

     Pertanto, come è ben deducibile da questa ancorché sommaria analisi del dipinto, il Lotto ha saputo infondere in un’opera di levatura sicuramente “minore”, se confrontata alle altre varie “Annunciazioni” annoverate dalla Storia dell’Arte e ad altre opere di pittori relativamente più acclamati e blasonati, anche coevi al Lotto stesso, una “summa” degli stili che sino all’epoca del pittore avevano dominato la scena culturale, sublimandoli in un proprio personalissimo ed inconfondibile stile.  Proprio il carattere introverso e poco incline ad adeguarsi ai canoni imposti dalla società, unito ad una sempre costante ed indefessa ricerca di nuovi committenti capaci di valorizzare le proprie capacità artistiche, lo hanno portato ad “assorbire” molti degli influssi culturali dell’epoca, spingendo la propria pittura sin oltre la “Maniera” imperante verso una originalità modernità a volte veramente stupefacente.   Al riguardo si rammenta che il Lotto e l’estremo valore della sua arte sono rimasti praticamente sconosciuti sino a fine ‘800, allorquando il famosissimo storico dell’arte Bernard Berenson avviò una ricerca tecnica e filologica delle opere al pittore riconducibili, riscoprendo un reale ed inaspettato talento. opera sicuramente originalissima ed unica ancorchè, forse, non altrettanto “famosa”.

Giorgio

Madonna del Parto

in considerazione dell’avvicinarsi delle Festività per la Natività secondo la religione cattolica, abbiamo pensato di focalizzare il nostro interesse su un’opera , forse non conosciuta come la Gioconda (!!) del Da Vinci, ma, secondo la nostra modesta  opinione, di importanza pari se non superiore alla stessa.  Vogliamo riferirci alla “Madonna del Parto”, opera “a fresco” dipinta intorno alla metà del ‘400 dal Genio di Piero della Francesca (San Sepolcro AR 1412 circa – Borgo San Sepolcro 12/10/1492) e custodita ora a Monterchi AR. Per meglio comprendere il reale significato dell’opera, a prescindere da una più esaustiva analisi della stessa, è opportuno rimarcare l’assioma che la rappresentazione della Madonna “incinta” a guisa di una qualsivoglia donna “mortale” (come in effetti viene dipinta la Madonna da Piero nell’opera citata), è stato uno stilema in voga, come rappresentazione votiva, addirittura sin dalla prima metà del 1300 finanche a buona parte del XVI secolo, salvo poi perdersi all’indomani del Concilio di Trento (1545 – 1563 ). Tale “fondamentale” evento della Chiesa Cattolica, come è ben noto, ha tentato di ristabilire un ordine precedente alla Riforma protestante, ribadendo, tra l’altro, l’incorruttibilità della Madonna e,
pertanto, consentendo esclusivamente rappresentazioni della stessa che ribadissero tale concetto.
Di qui, oltre alla particolarità del soggetto rappresentato, l’opera deve la propria “singolarità” anche al fatto che, oltre a non essere cognita la committenza, non si conoscono le ragioni per le quali Piero della Francesca, già effettivamente famoso ed agognato come pittore ufficiale nelle Corti di mezza Italia, nonché dello stesso Papato, abbia “utilizzato” il suo indiscusso talento per creare un’opera che di fatto, nella sua sincera “humilitas”, sarà destinata nel corso dei secoli, a parte circostanziate vicissitudini, a rimanere in realtà nel piccolo Comune di Monterchi, ben lontano dalle sfarzosità delle predette Corti, di cui Piero è stato protagonista indiscusso.

In effetti l’opera è stata dipinta intorno alla metà del secolo XV, inizialmente quale immagine votiva all’interno della antica chiesa di Santa Maria di Momentana. Si ritiene che Piero abbia voluto, con tale immagine, rendere omaggio alla madre, per l’appunto nativa di Monterchi. L’affresco di ragguardevoli dimensioni (260 x 203 cm.) raffigura per l’appunto al centro la Madonna, visibilmente incinta, con ai lati due figure laterali, rappresentanti due angeli, che sorreggono aperta una tenda che, in realtà, fa da scenario a tutta la rappresentazione. In tale contesto Piero riesce a mostrare la Vergine quasi come un’apparizione, eppure estremamente viva nella sua freschezza, poco più che adolescente. I lineamenti purissimi del volto, contraddistinti dal segno sottilissimo, evidenziano la vicinanza del pittore alle più somme caratteristiche del disegno fiorentino, c.d. linearismo fiorentino, tipico del periodo di riferimento, e che andrà a caratterizzare, in nuce, anche parte della produzione dei pittori toscani coevi e successivi a Piero.

L’opera appare decisamente “semplice” nell’impostazione nel suo complesso, effettivamente ben lontana dalle composizioni auliche, solenni e ieratiche a cui ci ha abituato Piero. Al fine di definire quest’ultimo concetto, si confronti la Resurrezione.

Questa composizione, sostanzialmente coeva alla Madonna del Parto, ha un “impatto” emozionale e figurativo decisamente diverso dalla precedente opera. D’altra parte questa Sua “semplicità”, in qualche modo “dettata” dal sommo talento dell’artista perché l’immagine “parlasse” immediatamente al popolo, non ha di fatto impedito che l’affresco in analisi contenesse comunque tutti gli elementi che caratterizzano la pittura di Piero e ne fanno uno dei protagonisti indiscussi del nostro Rinascimento.

In effetti, oltre alla capacità dell’artista di definire nella Madonna uno dei più bei volti della Storia dell’Arte, lo stesso è riuscito ad infondere nella composizione anche caratteristiche di “plasticità”, luminosità vividissima , unite ad una descrizione decisamente analitica della realtà. Caratteristiche queste che fanno di Piero un pittore che “sublima” e reinterpreta in un rinnovato e personalissimo stile la plasticità di Masaccio, i colori ed i contrasti di Domenico Veneziano e Beato Angelico e l’analiticità, per l’appunto, tipica dei c.d. primitivi Fiamminghi. Peraltro non è di minore rilevanza, ai fini dell’impostazione della nostra Opera, il fatto che Piero, oltre che pittore di indiscussa fama, sia anche matematico sommo. Ed in tale veste ha ulteriormente teorizzato anche la “prospettiva” di brunelleschiana memoria, re definendone l’impostazione nella composizione pittorica in analisi. Nel caso particolare del “Parto”, è importante peraltro notare come la matematica “domini” la composizione, sia nell’impostazione prospettica che nella definizione delle figure degli angeli, rigorosamente speculari rispetto alla figura centrale della Madonna.
La grandezza ed il genio di un artista si individuano nella capacità di sublimare la realtà, ottimizzare le tendenze e gli influssi da altri artisti precedenti e coevi e precorrere tracciare la strada di evoluzione che la Storia dell’Arte andrà a seguire con le successive generazioni di pittori. E Piero della Francesca è riuscito nella prodigiosa opera di “infondere” il proprio genio anche nella Madonna del Parto; genio grazie al quale il pittore ha raggiunto l’obiettivo di trasformare un’opera, inizialmente nata come rappresentazione votiva, in una immagine quasi iconica e senza tempo.

Postfazione

L’analisi dell’opera avrebbe richiesto sicuramente maggiori approfondimenti sulla vita del Pittore e sulla propria contestualizzazione all’interno degli stilemi artistici del tempo. Stante la volontà di limitare la descrizione alla mera opera in oggetto, si spera che la presente dissertazione possa rappresentare comunque uno stimolo per il lettore, affinchè lo stesso possa essere interessato, sua sponte, ad approfondire ulteriormente le tematiche intorno a Piero della Francesca ed al periodo culturale e storico di riferimento.

Nella prossima dissertazione approfondiremo L’Annunciazione di Lorenzo Lotto, anch’essa opera sicuramente originalissima ed unica ancorchè, forse, non altrettanto “famosa”.

Giorgio